Quando la sostanza non basta – note sulla compulsione
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Quando la sostanza non basta – note sulla compulsione
Ogni volta che si parla di sostanze, la domanda sembra essere sempre la stessa: perché una persona comincia a usarle?
È una domanda importante, ma forse non è la più interessante.
Molte persone, nel corso della propria vita, fanno esperienza di una sostanza senza diventarne dipendenti. Altre, invece, scoprono ben presto che quella sostanza non rappresenta soltanto un’esperienza, ma diventa qualcosa a cui è difficile rinunciare. Non è più un incontro occasionale. Diventa un appuntamento necessario.
La questione allora cambia, perché non riguarda più tanto la sostanza in quanto tale, ma il modo in cui un soggetto finisce per legarsi ad essa, e soprattutto il tipo di necessità che si produce in questo legame.
È qui che compare la compulsione, che nel linguaggio comune viene spesso ricondotta a una forma di debolezza o di mancanza di controllo, come se il soggetto fosse in fondo in grado di interrompere ciò che fa, ma non riuscisse a farlo per un difetto della volontà.
Chi lavora clinicamente sa quanto questa lettura sia insufficiente, perché non riesce a rendere conto di un elemento decisivo, cioè il fatto che ciò che si ripete non dipende da una decisione mancata, ma da una struttura che precede la decisione stessa e che la rende in qualche modo sempre secondaria rispetto a ciò che insiste. C’è in gioco ciò che Freud chiamò pulsione.
Per Freud la pulsione non mira tanto all’oggetto quanto al soddisfacimento, a ciò che chiamava “meta”. La meta è il tipo di soddisfazione che la pulsione cerca. L’oggetto, diceva Freud, è la cosa che meno conta. Sembra paradossale in riferimento all’esperienza tossicomanica, nella quale l’oggetto appare invece la cosa più importante di tutte. Cercheremo di capirci qualcosa in più di questo apparente paradosso.
Lacan radicalizza l’intuizione freudiana, ritenendo che la pulsione “gira intorno” all’oggetto. Nel Seminario XI utilizza la logica del circuito: la pulsione non colpisce l’oggetto, ma ne compie il giro, dal momento che il soddisfacimento consiste proprio nel movimento circolare. Per questo Lacan afferma: “La pulsione raggiunge il proprio scopo mancando il proprio oggetto”, perché la essa gode del proprio circuito, e la riattivazione del circuito, che produce il godimento, è possibile proprio dal momento che l’oggetto viene mancato.
In questa prospettiva, la questione può essere ulteriormente precisata attraverso il riferimento lacaniano al “reale” come incontro mancato, così come viene articolato nel Seminario XI, dove il reale non coincide con ciò che semplicemente accade o con ciò che viene percepito, ma con ciò che, nel momento stesso in cui si presenta, non riesce a costituirsi come incontro pienamente simbolizzabile, restando in una posizione di scarto rispetto alla presa del significante.
L’incontro con il reale è sempre, in questo senso, un incontro mancato, non perché non vi sia stato un evento, ma perché qualcosa dell’evento non si lascia “scrivere” del tutto nel simbolico. Qualcosa residua. Intorno a questo residuo si struttura la ripetizione della spinta pulsionale, che ogni volta produce esattamente quello stesso residuo.
A questo punto possiamo riprendere l’equivoco: si pensa che il tossicodipendente sia qualcuno che ha trovato il proprio oggetto e che non riesca più a separarsene. Se questa tesi è vera sul piano descrittivo, possiamo però dire anche che non è vera dal punto di vista logico.
Il soggetto dipendente continua a ripetere l’assunzione proprio perché non trova mai ciò che sta cercando. Se la sostanza producesse davvero l’effetto promesso, sarebbe sufficiente una volta sola. Nessuno avrebbe bisogno di assumere nuovamente. La ripetizione nasce invece dal fatto che qualcosa sfugge continuamente. Ogni assunzione produce un effetto temporaneo; terminato quell’effetto, il soggetto si ritrova nuovamente confrontato con ciò da cui stava tentando di difendersi.
È questo il motivo per cui la compulsione non può essere spiegata semplicemente attraverso il piacere. Ciò che si ripete non è il successo dell’operazione, ma il suo fallimento. Il punto decisivo è che la ripetizione non nasce dall’efficacia della sostanza, ma dalla sua insufficienza, nel senso preciso in cui ogni assunzione, pur producendo un effetto, non riesce mai a coincidere con ciò che la rende necessaria, lasciando così intatto il movimento che la riattiva.
In effetti, drammaticamente, a volte quest’incontro con il reale sembra prodursi, nel caso dell’overdose, ovvero l’ultimissima assunzione, quella definitiva, quella che porta alla morte. Eppure anche qui, l’incontro con il reale sfugge, poiché nella morte non c’è più un soggetto che possa dire in cosa consista quest’incontro.
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