Il consiglio pratico definitivo per gestire i capricci di tuo figlio: non leggere i consigli pratici sui social

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Il consiglio pratico definitivo per gestire i capricci di tuo figlio: non leggere i consigli pratici sui social

Basta scorrere pochi titoli, tra i tanti che oggi popolano lo scaffale “genitorialità” delle librerie online o i cataloghi degli e-book scaricabili in pochi minuti, per riconoscere una formula ricorrente. Si promette sempre di “risolvere” i capricci, di farli “sparire”, di ottenere un figlio che non ne fa più — spesso con l’aggiunta, non casuale, di una clausola che previene in anticipo ogni obiezione: funziona “anche se hai già provato tutto”, “anche se pensavi non ci fosse più speranza”. Vale la pena fermarsi un momento su questa formula, perché contiene, condensata, l’intera logica che vorrei mettere in discussione. Il capriccio viene presentato come un problema tecnico che ammette una soluzione definitiva. E la clausola che previene lo scetticismo lascia aperta un’unica spiegazione per l’eventuale fallimento: non il metodo sbagliato per quel bambino, in quel momento, con quel genitore — semplicemente il metodo sbagliato in assoluto, in attesa di essere sostituito dal prossimo.
È una logica che ritorna, con costanza sorprendente, in tutto ciò che oggi circola online sul tema: corsi a pagamento strutturati in moduli, e-book, mazzi di carte, “cheat sheet” da tenere in borsa. Vorrei provare a mostrare perché questa logica, per quanto nasca spesso da un’intenzione comprensibile — reagire a un modello educativo sbrigativo, fondato su urla e minacce — finisce per produrre un effetto che è l’esatto opposto di quello dichiarato: non più autorità, certo, ma nemmeno più libertà. Un vuoto, riempito da una tecnica.
Cominciamo dal formato più diffuso in assoluto, quello dei copioni linguistici. “Invece di dire ‘non correre’, di’: ‘cammina piano, il pavimento scivola’”. “Invece di ‘smettila di piangere’, di’: ‘capisco che stai male, vuoi dirmi cosa ti fa sentire così?'”. Circolano a migliaia, questi elenchi, spesso accompagnati da una giustificazione pseudo-cognitiva: il cervello del bambino, si legge, non riuscirebbe a elaborare la negazione, dovrebbe prima rappresentarsi l’azione vietata e poi annullarla, un doppio passaggio troppo oneroso nel pieno di un’eccitazione. Non è questa la sede per discutere la plausibilità neuropsicologica dell’argomento. Quello che mi interessa è un’altra cosa: l’idea che esista una frase giusta, universale, valida per ogni bambino e ogni genitore, purché pronunciata nella sequenza corretta.
Ma un limite non è mai solo un contenuto linguistico. È un atto che porta l’impronta di chi lo pronuncia — della sua storia, della sua fatica, di ciò che quel “no” gli costa in quel preciso momento. Un copione, per sua natura, cancella questa impronta. Chiunque, leggendo la stessa scheda, dovrebbe ottenere lo stesso risultato: è la definizione stessa di una tecnica, non di una relazione. E qui si tocca un punto che considero centrale: questi metodi, nell’atto stesso di voler abolire l’autoritarismo, finiscono per installare qualcosa di ancora più impersonale al posto dell’autorità — un comando che non ha più bisogno di un soggetto che lo sostenga, perché è già scritto, già validato, già garantito da chissà quale expertise. Non è un caso che la parola “capriccio” stessa venga spesso bandita da questi ambienti, sostituita da “crisi”: un lessico che pretende, semplicemente rinominando, di aver già compreso e già risolto ciò che si presenta invece, ogni volta, come un enigma nuovo.
Il passo successivo, ed è qui che il fenomeno assume una fisionomia più chiaramente commerciale, è la trasformazione di questi copioni in prodotto. Esistono corsi online organizzati in moduli con un rigore quasi ingegneristico: un modulo dedicato “al bambino” (per capire cosa gli succede nella mente), uno dedicato “al genitore” (parole e comportamenti da apprendere e applicare nel momento in cui la crisi si presenta), e uno, significativamente, dedicato “all’ambiente” — come arredare la cameretta, come organizzare i giochi, quali contesti facilitano la calma. Il capriccio, in questa architettura, non è più un evento imprevedibile nell’incontro tra un desiderio infantile e un limite reale: è un rischio da minimizzare attraverso il controllo delle variabili, esattamente come si farebbe con un impianto che tende a guastarsi in certe condizioni.
Accanto ai corsi, un intero mercato di prodotti minori: e-book venduti a pochi euro con promesse di “frasi magiche” capaci di calmare “anche il capriccio più feroce”, schede plastificate da consultare “in pieno capriccio, senza dover pensare”, mazzi di carte illustrate che, attraverso storie a fumetti, dovrebbero insegnare cosa succede nel cervello quando ci si arrabbia, corredate di frasi pronte da recitare. Il linguaggio pubblicitario di questi prodotti è, da questo punto di vista, più onesto della teoria che li accompagna: promette soluzioni “in pochi minuti”, “senza bisogno di un dottorato in genitorialità”, scaricabili e utilizzabili “a metà di un capriccio”. Si vende esplicitamente l’assenza di pensiero come vantaggio, non come limite.
È forse sul terreno neuroscientifico, però, che questa logica trova la sua cornice più efficace, e insieme più fuorviante. Quasi ogni articolo dedicato ai capricci, prima di arrivare ai consigli pratici, apre con una spiegazione anatomica: la corteccia prefrontale, si legge, non è ancora matura, continuerà a svilupparsi fino ai vent’anni; l’amigdala “sequestra” il cervello prima che la parte “pensante” possa intervenire; le cosiddette Funzioni Esecutive, con tanto di riferimenti bibliografici, non sarebbero ancora disponibili prima dei cinque anni. Uno di questi articoli arriva a scrivere, senza apparente ironia, che nominare un’emozione “sposta l’attivazione dall’amigdala verso la corteccia prefrontale” — come se l’atto di dare un nome a ciò che si prova fosse riducibile a un evento elettrico misurabile, e non a un’operazione che avviene sempre tra due, nel linguaggio, mai in un cervello isolato.
Il problema non è, ovviamente, che questi dati siano falsi. Il problema è l’uso che se ne fa: una cornice di autorevolezza scientifica che, nell’atto stesso di spiegare il bambino, lo trasforma in un organo da aggiornare. “Non ha ancora gli strumenti neurologici per farlo”, si legge in uno di questi siti, a proposito dell’autoregolazione — una frase che potrebbe uscire, senza modifiche, da un manuale tecnico. Il bambino diventa una macchina in fase di collaudo, il cui comportamento imprevedibile non è più il segno di un soggetto che si sta costituendo attraverso l’incontro con il limite e con il desiderio dell’altro, ma il sintomo di un hardware ancora incompleto. E se il bambino è un hardware, il compito del genitore smette di essere quello di sostenere, con la propria presenza spesso incerta, un limite reale: diventa quello di un tecnico che attende, pazientemente, l’aggiornamento del sistema.
C’è, in questa narrazione, anche un effetto consolatorio che vale la pena nominare, perché probabilmente spiega in parte il suo enorme successo: “non sei tu che sbagli, è il suo cervello che non è ancora pronto”. È una frase che allevia, e non bisognerebbe sottovalutare quanto sollievo possa portare a un genitore sfinito, magari solo, magari senza nessuno accanto in quel preciso momento del capriccio. Ma quel sollievo ha un prezzo. Sposta la responsabilità della relazione fuori dalla relazione, dentro un organo che matura secondo tempi propri, indipendenti da ciò che accade tra quei due, in quella stanza, in quel momento.
C’è un ultimo punto, forse il più grave, che vorrei isolare: il rischio che questa logica corre nei confronti del legame stesso tra genitore e figlio, non solo nei confronti del singolo episodio di crisi. Quando un genitore si affida sistematicamente a un’istruzione per l’uso — la frase giusta, la sequenza corretta, il tono calibrato secondo il manuale — non sta semplicemente applicando una tecnica neutra su un problema esterno: sta cedendo, pezzo dopo pezzo, la propria posizione in quel legame a un sapere che parla al posto suo. È un’alienazione in senso proprio, prima ancora che in senso metaforico: il rapporto con quel figlio specifico, con la sua storia, con quello che quel bambino rappresenta per quel genitore — e viceversa — viene sostituito dal rapporto, sempre uguale a sé stesso, tra un operatore e un protocollo. Il genitore non sparisce, ma la sua soggettività, ciò che lo rende insostituibile agli occhi di quel bambino, viene messa tra parentesi ogni volta che si limita a eseguire correttamente la sequenza appresa.
Qui la psicoanalisi ha qualcosa di preciso da opporre a questa lettura, e non si tratta soltanto di una sensibilità diversa: si tratta di un errore di categoria che vale la pena isolare con chiarezza. Freud, fin dai testi metapsicologici, distingueva la pulsione  dall’istinto: a differenza dell’animale, l’essere umano non dispone di un programma biologico che gli indichi automaticamente l’oggetto e la meta della propria soddisfazione. La pulsione è già, in partenza, qualcosa di deviato, di “snaturato”, dal linguaggio e dal rapporto con chi si è preso cura di lui. Questo significa una cosa semplice ma decisiva: non esiste, per l’essere umano, un puro dato biologico da cui dedurre il comportamento, perché il corpo di un bambino è, fin dall’inizio, un corpo parlato, attraversato dalle parole e dal desiderio dell’Altro, prima ancora di essere un insieme di circuiti neuronali in maturazione. Spiegare un capriccio esclusivamente attraverso i tempi di sviluppo della corteccia prefrontale significa collocarsi interamente sul registro dell’organismo, ignorando che ciò con cui si ha davvero a che fare è un soggetto — categoria che per la psicoanalisi non coincide mai del tutto con l’organismo che la sostiene.
Lacan porta questa distinzione ancora oltre, ed è proprio il terreno su cui vorrei insistere. Per lui la frustrazione non è un evento neurologico, ma un danno immaginario, prodotto da un agente reale, su un oggetto che ha statuto simbolico: ciò che è in gioco, nel “sì” o nel “no” di un genitore, non è mai soltanto la cosa negata (la caramella, lo schermo, i cinque minuti in più), ma il dono, ossia il segno che l’altro c’è, pensa a lui, gli si rivolge, ha delle intenzioni nei suoi confronti. È per questo che due rifiuti identici sul piano del contenuto possono avere effetti opposti a seconda di chi li pronuncia e come: perché ciò che conta non è solo l’informazione trasmessa (“no, non ora”), ma la presenza e le intenzioni dell’altro, cosa questo altro desidera dietro quel no, cosa rifiuta dietro quel no, se e come ritiene che quel no sia un atto d’amore per il figlio/a, a cosa si immagina possa servire quel no. Tutte cose che nessuna scansione dell’amigdala potrà mai rilevare, perché non appartiene al registro di misurazione neuroscientifica.
Il grido di un bambino, prima ancora di poter essere tradotto in parole, non un semplice segnale da spegnere: è già un appello, una domanda rivolta a qualcuno che dovrà interpretarla, azzardando una risposta che non potrà mai essere garantita in anticipo. È in questo azzardo — nel fatto che il genitore debba ogni volta scommettere su cosa significhi quel pianto, senza la certezza di avere ragione — che si gioca la costituzione stessa del soggetto, il suo poter contare su un genitore che lo pensa, non su un sistema che lo processa. Ecco perché la lettura organicista, per quanto scientificamente fondata sul suo terreno, resta strutturalmente cieca rispetto a ciò che qui si gioca: descrive con precisione crescente i tempi di un organismo, ma non può rendere conto di un soggetto che si costituisce altrove, nell’incontro contingente e irripetibile con il desiderio di chi lo alleva. Sostituire l’azzardo interpretativo con un copione testato non rende il genitore più capace: lo esonera dal compito, forse il più difficile e il più necessario, di restare esposto a un enigma che nessuna maturazione cerebrale, per quanto ben descritta, potrà mai sciogliere al posto suo.
Vale la pena, a questo punto, mettere in fila una piccola scena che ho trovato raccontata online da una madre, perché mi sembra dire più di molte teorie, e forse più di quanto dicessi io stesso rileggendola una prima volta. Durante un volo, alla richiesta di allacciare le cinture, il figlio piccolo si dispera. Lei prova prima la formula che aveva imparato dall’indottrinamento della cosiddetta “gentle education”, una tecnica chiamata “validazione calma”: “sei arrabbiato per la cintura…adesso proviamo a metterla con calma”. Non funziona, il bambino si dispera ancora di più. E pure la madre. Poi, d’istinto, la madre si toglie uno scaldacollo che ha addosso, se lo passa intorno al braccio come se fosse un serpente, e grida lei stessa, teatralmente: “toglimelo, toglimelo!”. Il bambino ride, si calma, la crisi si scioglie.
Le due risposte, sul piano del contenuto, fanno quasi la stessa cosa: entrambe si rivolgono all’emozione del bambino invece di negarla. Ma la posizione da cui vengono pronunciate è radicalmente diversa. Non è una questione di tecnica, non sto sponsorizzando una fantomatica tecnica della drammatizzazione. Leggiamo qual è la posizione della madre nei due tempi di questa scena.
Nel prima tempo, la madre applica una tecnica appresa su un bambino implicitamente letto come difettoso, come un sistema che non regge ancora l’urto dell’imprevisto e va gestito con la sequenza corretta, almeno finché il suo cervello non sarà più maturo. La posizione della madre è qui quella di adoperare un sapere precostituito, al fine di ottenere un obiettivo, un risultato, con tanto di effetto calmante, per il bambino relativamente alla cintura, e per la madre relativamente all’imbarazzo di essere in mezzo alla gente.
Nella seconda, quella stessa madre non sta più rivolgendosi a nessun sapere scientifico o educativo precostituito: sta giocando con suo figlio, a partire da un proprio desiderio — quello di vederlo ridere, forse, più che di vederlo tacere — e da una propria implicazione in quel legame, che nell’invenzione del serpente si mette essa stessa in scena, si espone, rischia il ridicolo. In quel momento non le importa se quel pianto sia l’effetto di un’amigdala non ancora regolata: assume semplicemente di avere davanti suo figlio, non un cervello in aggiornamento né una macchina da riparare; né agisce come se fosse essa stessa una sorta di operatrice neuropsicologica che educa il comportamento del figlio.
È forse proprio questa differenza — tra ciò che si applica su un oggetto e ciò che si inventa per un figlio — il punto attorno a cui tutto il resto ruota.
A quel bambino serviva sua madre, non un’educatrice specializzata in neuroscienze.
Non credo che il problema sia la ricerca di un aiuto, quando ci si sente sopraffatti: cercare parole, esempi, anche un metodo da cui partire, è del tutto legittimo, ed è forse inevitabile, in un tempo in cui la trasmissione tra generazioni si è fatta più fragile e meno scontata. Il problema comincia quando il metodo smette di essere un punto di partenza per diventare l’unico orizzonte possibile — quando promette di “risolvere” una volta per tutte qualcosa che, per sua natura, si ripresenta ogni volta diverso, perché diverso è, ogni volta, il bambino che lo attraversa, e diverso è il genitore chiamato a starci accanto.
Forse la cosa più difficile da accettare, in tutto questo, è che nessun sapere — per quanto aggiornato, per quanto neuroscientificamente fondato — potrà mai sollevare un genitore dal compito di interrogare la propria posizione: cosa gli succede, in quel momento preciso, davanti a quel pianto; cosa di quella scena riguarda la sua storia, prima ancora che il cervello di suo figlio; cosa significhi, per il genitore, dire no, restare, aspettare. È un lavoro che non ha nulla a che fare con la colpa — non è mettersi sotto accusa a ogni capriccio mal gestito — ma con una responsabilità di tutt’altro genere, quella di riconoscersi come agente insostituibile nella vita di quel figlio, non come tecnico intercambiabile in attesa che l’hardware si aggiorni da solo.
Ed è proprio nel momento in cui questa responsabilità pesa di più — quando non si sa proprio come fare, quando la stanchezza e lo smarrimento sembrano superiori a ogni risorsa — che le risposte preconfezionate rivelano la loro insidia più sottile.
Non perché siano inutili in assoluto, ma perché rischiano di incontrare l’impotenza del genitore non per attraversarla, bensì per confermarla: gli offrono un modo di restare fuori proprio da quella domanda che la stanchezza avrebbe, forse, il merito di riaprire. La sensazione di non farcela, di non sapere cosa dire, potrebbe essere il segno che qualcosa chiede di essere ripensato in prima persona — e un copione pronto, per quanto rassicurante, rischia semplicemente di richiudere questa possibilità un attimo prima che si apra.
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Francesco Impagliazzo

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