“Sono ADHD”, “sono autistico di livello 1”, “sono AuDHD” – L’identificazione diagnostica

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“Sono ADHD”, “sono autistico di livello 1”, “sono AuDHD” – L’identificazione diagnostica

Basta scorrere pochi minuti i social per imbattersi in un genere ormai consolidato di contenuti: reel che elencano “sette segni che sei autistico ad alto funzionamento”, pubblicità di test online per l’ADHD, gruppi che si costituiscono attorno a una sigla, pagine che promettono di spiegarti finalmente perché sei sempre stato “diverso”. La prima reazione, comprensibile, è di tipo sociologico: si parla di moda, di sovradiagnosi, di un mercato che ha capito che l’etichetta clinica vende. Sono osservazioni che colgono qualcosa, ma rischiano di lasciare in ombra la domanda propriamente clinica: che funzione svolge, per chi la cerca, questa identificazione?

Vorrei provare a rispondere partendo da un effetto che chiunque abbia letto i commenti sotto questi contenuti avrà notato, e che mi sembra il più significativo di tutti: l’effetto desoggettivante.

Si legge spesso, in questi spazi, una formula ricorrente, non sempre esplicitata ma sempre presupposta: sono fatto così, e dunque dovete accettarmi. Il ritenersi costantemente “in ritardo” a causa del disturbo, per esempio, e da questo dedurre che gli altri non comprendono, non è semplicemente una lamentela. È una struttura logica precisa: un enunciato che si pone come causa ultima di sé stesso e che, in quanto tale, non apre alcuna dialettica. Non c’è domanda, in questo enunciato. C’è un comando rivolto all’Altro: riconoscimi così come sono. È una struttura che assomiglia molto a quello che Lacan chiamava discorso del padrone: un significante che ordina senza passare per la divisione del soggetto che lo pronuncia, senza che nulla, del proprio desiderio o della propria storia, venga messo in causa. Il disturbo, qui, non è più ciò che si soffre, ma ciò da cui si esige un riconoscimento sociale immediato, senza il lavoro faticoso di dover dire, spiegare, elaborare, mettersi in questione.

Da questo primo punto discende il secondo, per certi versi ancora più radicale: il passaggio dall’avere all’essere. Non si legge quasi mai “ho delle difficoltà di concentrazione compatibili con l’ADHD”. Si legge, sempre più spesso, “sono ADHD”, “sono autistico”, “essere ADHD è così”. Il disturbo smette di essere un funzionamento, per quanto invalidante, e diventa un nome dell’essere. È una scivolata grammaticale minima, ma le sue conseguenze sono enormi: un funzionamento può essere lavorato, un essere si può solo rivendicare.

A questo si affianca un fenomeno che trovo particolarmente interessante da un punto di vista clinico, ovvero il gioco continuo di rinominazione di esperienze comuni attraverso etichette pseudo-diagnostiche costruite ad arte. “Non è pigrizia, è shock dei sensi”. Formule di questo tipo circolano a migliaia, e hanno tutte la stessa struttura retorica: negano un nome “morale” (la pigrizia, appunto) per sostituirlo con un nome “clinico” apparentemente più neutro, più scientifico, più comprensivo. Ma un nome non è mai neutro. Il nome non si limita a descrivere qualcosa che già esiste: contribuisce a produrlo, orienta l’identificazione, offre un posto pronto da occupare. E offrire continuamente nomi pronti a esperienze che, nella grande maggioranza dei casi, riguardano la vita psichica di chiunque — la distrazione, la noia, il rimando, la fatica a concentrarsi — significa insegnare a un’intera generazione a leggere la propria vita interiore esclusivamente attraverso il vocabolario della patologia.

Qui bisogna essere netti, mi sembra, sui test online che alimentano questo circuito. Non hanno alcun valore clinico. Sono costruiti, nella grande maggioranza dei casi, per massimizzare il tasso di risposte positive, non per discriminare correttamente una condizione. Funzionano sulla base di domande a risposta chiusa che chiunque, in un momento di stanchezza o di crisi, tenderà a rispondere in senso affermativo. Non misurano una struttura, misurano una tendenza statistica in un momento dato, e la trasformano, con un salto logico enorme, in un’identità permanente. Il fatto che vengano condivisi come screenshot, con didascalie tipo “risultato inquietante”, dice tutto sulla loro reale funzione: non diagnostica, ma di conferma sociale di un’identificazione già decisa in anticipo.

Un discorso a parte merita l’espressione “cervello ADHD” o “cervello autistico”, che trovo clamorosamente fuorviante, e non solo per approssimazione divulgativa. Localizzare in un organo, per giunta rappresentato con immagini di circuiti che si accendono in modo diverso rispetto a un “cervello neurotipico”, ciò che riguarda invece una posizione soggettiva nel linguaggio e nel desiderio, produce un effetto molto preciso: elimina il soggetto dalla scena. Non c’è più nessuno che soffre, desidera, si difende, rimuove. C’è un organo che funziona in un certo modo, punto. È la forma contemporanea più efficace di reificazione della soggettività: un’identità biologica, immodificabile per definizione, che dispensa proprio dal lavoro che una diagnosi, se seria, dovrebbe aprire.

Questa reificazione produce a sua volta un lessico pseudo-clinico sempre più affollato, che vale la pena osservare da vicino. Penso a certi contenuti, molto seguiti, in cui viene messo in scena il monologo interiore tipico di chi  “è ADHD”, come per esempio il ricevere un “dobbiamo parlare” da un superiore: “avrò fatto un casino, mi vuole licenziare, penserà che sbaglio sempre tutto”. Fin qui, nulla di clinicamente specifico: è un pensiero che chiunque, in un momento di insicurezza, può fare, magari uscendone poi con un sollevato “mi ero preoccupato per niente”. Il problema comincia quando questa sequenza banale viene fermata e ribattezzata con un nome tecnico costruito apposta per l’occasione — una presunta “disforia da rifiuto”, commentata poi come qualcosa che “si può gestire”. La costruzione retorica è sempre la stessa: si isola un’esperienza, le si dà un nome che suona clinico, e la si offre come prova ulteriore di appartenenza a una categoria.
Basta che un nome venga associato a una funzione, perché la gente ci creda. È, in fondo, la definizione stessa della suggestione.

C’è un fenomeno speculare che aiuta a capire meglio la logica in questione: l’uso, ormai diffusissimo sui social, dell’etichetta “narcisista”. Qui l’identificazione diagnostica non è rivolta a sé stessi, ma all’altro: non “sono narcisista”, ma “il mio ex è un narcisista”, “attenta, quell’uomo è un narcisista”. Eppure la struttura logica è identica, semplicemente rovesciata di segno. In un caso il nome serve a rivendicare un riconoscimento per sé, nell’altro a delegittimare, moralizzare, mettere al bando l’altro con l’alibi di un costrutto psicopatologico. In entrambi i casi si tratta della stessa operazione: la sovrapposizione di un giudizio morale — buono/da compatire, cattivo/da cui difendersi — a un costrutto che si vorrebbe scientifico. Ed è qui che si intravede quello che Lacan definiva come il valore “segregativo” del significante: nominare qualcuno, o nominare sé stessi, con un’etichetta diagnostica prelevata dal circuito social ha sempre, come effetto collaterale non dichiarato, quello di tracciare un confine tra chi appartiene e chi resta fuori, tra i “normali” e i “neurodivergenti”, tra le vittime e i narcisisti. La segregazione, va detto con chiarezza, non è un effetto collaterale imprevisto di questi fenomeni: è uno degli effetti strutturale di ogni operazione di nominazione collettiva.

Questa dinamica riceve un’amplificazione massiccia ogni volta, per esempio, che un personaggio pubblico dichiara la propria diagnosi. Quando un cantante come Robbie Williams parla pubblicamente della propria neurodivergenza, si moltiplicano sotto ai post commenti del tipo “si vedeva da anni”, “ora si spiega tutto”. È un’identificazione di massa nel senso più freudiano del termine: un tratto comune, condiviso con una figura che occupa il posto dell’ideale, diventa il collante di una comunità intera.

C’è poi un problema ancora più serio: quello delle linee guida cliniche che iniziano a proliferare attorno a queste categorie. Bisognerebbe interrogarsi su cosa siano realmente, queste linee guida: non tanto uno strumento neutro derivato da un’entità clinica preesistente, quanto piuttosto l’effetto stesso dell’invenzione amministrativa del disturbo. Una linea guida, per costruzione, è agli antipodi di un lavoro rivolto alla soggettività: standardizza, protocollizza, prevede procedure uguali per tutti proprio là dove la clinica dovrebbe interrogarsi su ciò che, in ciascun caso, resta irriducibile. E naturalmente, dietro ogni linea guida, ci sono metodi di trattamento, software, percorsi di formazione, che a loro volta sponsorizzano e rafforzano l’esistenza del disturbo che dovrebbero limitarsi a curare. Ho letto, sotto un post che annunciava la costruzione di nuove linee guida per l’ADHD, un commento che mi sembra esemplificativo di questo discorso: una persona chiedeva se si sarebbe potuto estendere il diritto ad agevolazioni lavorative anche a chi, pur non ricevendo una diagnosi ospedaliera “per scuse varie, tipo essere riusciti a laurearsi”, si sentiva comunque incapace di reggere un lavoro da adulto.
Ecco, in una sola riga, l’obiettivo di questi dispositivi: non tanto la cura di una sofferenza, ma l’estensione più ampia possibile del perimetro dell’identificazione al disturbo.

Su questa china scivolano anche certi contenuti apertamente grossolani, ma proprio per questo rivelatori: video in cui due persone recitano gesti opposti, con scritte sovrimpresse tipo “autismo: ricordo tutto quello che mi dici”, “ADHD: dimentico tutto quello che mi dici”. La vita psichica, nella sua varietà praticamente infinita, viene ridotta a uno slogan simmetrico da quindici secondi, pensato per essere condiviso, non per produrre un pensiero critico.

Un ultimo esempio, forse il più istruttivo, arriva da un post che ho letto tempo fa su una pagina dedicata a chi si riconosce come “AuDHD” (autistico e ADHD insieme): una persona raccontava, delusa, di essersi presentata dallo psichiatra con tutte le proprie “prove” — ricerche fatte in autonomia, criteri del DSM, aneddoti d’infanzia — sperando in una conferma, e di essersi invece sentita dire che si trattava di ansia, senza segni evidenti delle condizioni ipotizzate. Il tono del racconto non era di sollievo, come forse ci si potrebbe aspettare da una diagnosi meno gravosa, ma di frustrazione. È un dettaglio che mi sembra dire moltissimo sulla direzione che ha preso questo fenomeno: non si va più dal clinico per essere ascoltati e, eventualmente, sorpresi da ciò che emerge, si va per farsi confermare ciò che si è già decisi a essere.

Ed è forse proprio in questo scarto che si gioca tutto. Una diagnosi, quando è l’esito di un lavoro clinico serio, arriva sempre in un secondo tempo, spesso inattesa, talvolta scomoda, e permette a chi la riceve di fare qualcosa di nuovo con un funzionamento che prima subiva soltanto. L’identificazione diagnostica di cui abbiamo parlato qui procede nella direzione opposta: precede la domanda, la soffoca, si offre come risposta prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di chiedersi davvero cosa gli succede.

Resta però una domanda, forse più scomoda della diagnosi stessa: cosa smette di chiedersi una persona, quando crede di aver già trovato in un nome la risposta a chi è?

 

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Francesco Impagliazzo

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