Non è più trasgressione, è il dovere di godere – Note sulla violenza
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Non è più trasgressione, è il dovere di godere – Note sulla violenza
Quando si parla oggi di violenza, soprattutto quando gli episodi diventano particolarmente evidenti nello spazio pubblico, la spiegazione tende ad arrivare molto rapidamente. Si parla di cattiva educazione, di famiglie assenti, di alcol, di social network, di mancanza di autorità, di ragazzi che non riconoscono più le regole e che non hanno ricevuto valori sufficientemente solidi.
Sono spiegazioni che possono certamente cogliere alcuni aspetti del fenomeno, ma che rischiano di lasciare in ombra una trasformazione più profonda, che riguarda non soltanto il comportamento dei giovani, ma il modo stesso in cui, nella nostra epoca, il soggetto viene messo in rapporto con la legge, con il desiderio e con il godimento.
Per questa ragione mi sembra necessario partire da una distinzione che può apparire teorica, ma che ha invece delle conseguenze molto concrete nel modo in cui leggiamo ciò che accade.
Non sono convinto che molte delle condotte violente che osserviamo oggi possano essere comprese semplicemente come forme di trasgressione.
La trasgressione, infatti, presuppone l’esistenza di una legge e, soprattutto, presuppone che il soggetto mantenga con quella legge un rapporto. Chi trasgredisce è in rapporto ad un limite e compie il proprio gesto proprio a partire da quel limite: lo contesta, lo sfida, lo oltrepassa, talvolta cerca persino di distruggerlo, ma non può farlo senza riconoscerne l’esistenza.
È la legge che fa conoscere il peccato, scriveva San Paolo per indicare che la condizione di possibilità di infrangere la legge è che almeno una legge sia operativa.
Se restiamo in tema, è ciò che accade ad Eva, nel momento in cui si lascia convincere a prendere la mela: aver legiferato che da quell’albero non si possono prendere le mele, ha come effetto proprio il desiderio di prenderne una.
È il versante dialettico della trasgressione, quel che rende l’atto criminoso un tentativo di soggettivare la legge, per esempio provandola a negare e riaffermandola proprio nel momento stesso in cui la si infrange.
A titolo di esempio, già nel 1916, in “Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico”, Freud descriveva questa logica dialettica della trasgressione, parlando di alcuni casi in cui l’atto delittuoso era causato dal senso di colpa, e non al contrario il senso di colpa causato dall’atto delittuoso. L’arrivo della legge che redarguisce l’atto delittuoso soddisfa, in questo casi, un bisogno di punizione primario rispetto all’atto criminoso. Prima la colpa, poi la trasgressione, infine la punizione. È ciò che riconosce anche in alcune condotte infantili, osservando che alcuni bambini possono comportarsi male deliberatamente per provocare una punizione e, dopo essere stati puniti, diventare tranquilli e soddisfatti.
La trasgressione, in questa logica, riafferma qualcosa della legge che pretende di negare.
Anche il ragazzo che sfida l’autorità, che torna a casa quando non dovrebbe, che fuma di nascosto o che compie un gesto proibito, sta costruendo la propria posizione attraverso un rapporto con un Altro che gli dice che quella cosa non può essere fatta. La sua trasgressione può essere anche violenta, provocatoria, perfino distruttiva, ma mantiene una struttura dialettica.
È proprio questa struttura che sembra diventare più difficile da individuare in alcune forme contemporanee della violenza. Penso a quelle situazioni nelle quali la provocazione non sembra avere più un contenuto preciso, nelle quali una rissa può continuare anche quando non c’è più nulla da ottenere, nelle quali l’aggressività sembra produrre una sorta di eccitazione che richiede di essere continuamente rilanciata. Non si tratta necessariamente di stabilire chi abbia ragione o torto, né di individuare un conflitto concreto che abbia provocato lo scontro.
A volte sembra che sia lo scontro stesso a diventare l’elemento ricercato, come se il gesto violento potesse trovare nella propria realizzazione una forma di soddisfazione che non dipende più dall’obiettivo dichiarato.
È qui che la psicoanalisi permette di introdurre una questione diversa da quella della semplice trasgressione: la questione della pulsione e del godimento.
Freud ha mostrato che il funzionamento psichico non può essere ricondotto alla semplice ricerca del piacere e dell’evitamento del dispiacere. Esiste qualcosa che insiste al di là del principio di piacere, qualcosa che porta il soggetto a ripetere anche ciò che produce sofferenza, rischio o perdita. Lacan radicalizza questa intuizione introducendo la nozione di godimento, mostrando come il soggetto possa essere coinvolto in un circuito pulsionale nel quale non è più sufficiente chiedersi quale oggetto stia cercando o quale vantaggio voglia ottenere.
La pulsione, infatti, non procede necessariamente verso un oggetto destinato a soddisfarla una volta per tutte. Il suo funzionamento non coincide quindi con quello di un bisogno che, una volta soddisfatto, può essere abbandonato. La pulsione insiste, ripete, ritorna, e proprio nella ripetizione trova una forma di soddisfazione.
Uno può sapere che sta rischiando, può sapere che potrebbe essere arrestato, può sapere che potrebbe provocare conseguenze gravi e, nonostante questo, continuare a rilanciare l’azione. Il sapere non è sufficiente a interrompere il circuito.
È precisamente questo che rende insufficiente una lettura esclusivamente morale ed educativa del fenomeno.
Il problema della pulsione comincia proprio là dove il sapere non basta, là dove il soggetto può sapere perfettamente che una determinata condotta è pericolosa e tuttavia trovarsi coinvolto in qualcosa che lo porta a ripeterla.
Ma per comprendere perché questa dimensione pulsionale possa assumere oggi forme così evidenti è necessario introdurre il capitalismo contemporaneo.
Il capitalismo non è soltanto il sistema economico nel quale viviamo. È anche un discorso che organizza il rapporto del soggetto con gli oggetti, con gli altri e con il proprio godimento. Ciò che caratterizza radicalmente il capitalismo avanzato è una trasformazione del rapporto con il limite. Per molto tempo abbiamo pensato la società soprattutto attraverso il divieto: la legge impone una rinuncia, stabilisce che non tutto è possibile, che non tutto può essere ottenuto e che il godimento individuale deve incontrare una regolazione.
Freud aveva individuato proprio nella rinuncia pulsionale una delle condizioni della civiltà. Il soggetto, per entrare nel legame sociale, deve rinunciare a una parte del proprio godimento; la legge introduce un limite e rende possibile, attraverso questo limite, la convivenza con gli altri. Si tratta di barattare la soddisfazione per la sicurezza, sosteneva Freud.
Il discorso capitalistico contemporaneo sembra muoversi in una direzione differente. Non indica al soggetto che cosa non può fare: gli offre continuamente qualcosa che dovrebbe desiderare e, contemporaneamente, lo spinge a consumarlo. Il godimento non viene più presentato come ciò a cui bisogna rinunciare, ma come qualcosa che deve essere perseguito. Il soggetto viene sollecitato continuamente a vivere esperienze, a divertirsi, a consumare, a mostrarsi, a realizzarsi, a non perdere occasioni, a essere felice.
La libertà stessa viene spesso presentata come la possibilità di non incontrare limiti.
È qui che la lettura lacaniana del Super-Io diventa particolarmente interessante. Il Super-Io non è soltanto l’istanza che proibisce, quella che dice “non devi”.
Nella formulazione lacaniana esso assume anche la forma paradossale di un comando al godimento: devi godere.
È a partire da una intuizione di Freud che possiamo leggere meglio il rapporto tra il discorso capitalistico e il godimento: il super io, sosteneva Freud, in ultima istanza, è strettamente imparentato all’Es, ne è, addirittura, un derivato. Proprio l’istanza che funzionerebbe da limite morale interno, è fatta della stessa “sostanza” della pulsione che cercherebbe di limitare.
Il capitalismo ci consente di leggere chiaramente questa doppia faccia del super io, disvela la sostanza gaudente di questa istanza, rendendola operativa “a cielo aperto”, proprio perché sostiene, ed è a sua volta sostenuta, da questo discorso sociale.
Il divieto, nel discorso capitalista, svela la sua natura di godimento: “non devi…non godere”.
Il comando contemporaneo può dunque assumere una forma apparentemente opposta a quella della legge tradizionale. Non dice che qualcosa è proibito, ma indica che, proprio perché tutto sembra possibile, il soggetto abbia il dovere di approfittarne.
Questo comando ha una particolarità: non conosce un punto ultimo di soddisfazione.
Se non devo non godere, infatti, non è mai sufficiente aver goduto: devo poter godere ancora, più intensamente, più a lungo, in modo più visibile, più riconoscibile.
Il godimento diventa così una prestazione.
La violenza, in questo quadro, non deve essere interpretata semplicemente come una trasgressione. Può diventare una delle modalità attraverso le quali la pulsione viene messa in esercizio.
È proprio qui che la differenza tra trasgressione e godimento diventa fondamentale.
La trasgressione ha bisogno della legge. Il godimento comandato dal Super-Io contemporaneo può invece funzionare senza un limite simbolico che gli dia una forma. Il soggetto non deve necessariamente opporsi a qualcuno; può essere sufficiente che continui a spingersi oltre la soglia precedente, perché ciò che viene richiesto non è più semplicemente di infrangere una regola, ma di dimostrare di poter godere, ancora e, liddove possibile, di più.
In questo senso, forse dovremmo smettere di leggere alcune forme della violenza semplicemente come una ribellione contro l’autorità. La ribellione conserverebbe ancora una dimensione politica e simbolica: mi oppongo a qualcuno, rifiuto qualcosa, contesto una legge.
Il gesto violento, invece, può non avere nessun messaggio da trasmettere.
Il soggetto che viene catturato dall’imperativo contemporaneo al godimento si trova davanti a un comando molto difficile da contestare, perché non gli viene detto ciò che non può fare, ma ciò che deve fare per essere guardato, per appartenere, per sentirsi vivo.
I godimenti, e non più i divieti, sono dettati dall’Altro.
C’è un’ultima riflessione che lascerei aperta, quella della nominazione. Mi riferisco al modo con cui i media danno continuamente un nome alle istanze gruppali giovanili di godimento: “baby gang”, “branco”, ecc.
L’ipotesi è che l’utilizzo di questi nomi abbia un effetto “nutritivo”, cioè che promuovano le dinamiche di identificazione al gruppo che agisce violenza e, di conseguenza, alimentino gli atti criminosi.
Se un ragazzino di 12 anni dà uno schiaffo a qualcuno, una cosa è dirgli “ma chi ti credi di essere?”, un’altra è dirgli “sei un piccolo Al Capone”.
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