“Devi amare te stesso” (?)
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“Devi amare te stesso” (?)
Viviamo nell’epoca dell’autostima: devi amare te stesso, fattene una ragione.
È diventata una spiegazione universale. Se un adolescente soffre, gli manca l’autostima.
Una relazione finisce: devi amare te stesso.
Se qualcuno è ansioso, depresso, timido, insicuro o fa fatica a a vivere, ovviamente ha poca autostima.
Non ti sei arrabbiato con il tuo partner che ti ha detto una cosa scortese: hai poca autostima.
Inciampi e ti fai male, hai poca autostima.
Ti viene la febbre, non ami te stesso, dovevi coprirti meglio.
Autostima è una parola straordinaria, perché riesce a spiegare tutto e, quando un concetto riesce a spiegare tutto, siamo più vicini al miraggio che alla verità.
Chi lavora clinicamente lo sa bene: non esiste un solo sintomo che possa essere spiegato dicendo “ha poca autostima”.
L’autostima non spiega le depressioni, non spiega l’ansia sociale, non spiega le difficoltà amorose, non spiega i sintomi ossessivi, non spiega neanche le questioni del narcisismo.
Non spiega un bel niente: dire che qualcuno soffre perché ha poca autostima equivale a dire che ha la febbre perché è malato.
Ogni sintomo pone un interrogativo. L’autostima arriva con una risposta già pronta. E proprio per questo rischia di impedire la cosa più importante che una pratica clinica dovrebbe saper fare: ascoltare.
Ascoltare significa rinunciare a sapere in anticipo. Significa sospendere le categorie rassicuranti, quelle parole che sembrano adattarsi a tutto e che, proprio per questo, finiscono per non aderire più a niente. Significa accettare che il sintomo di un soggetto non sia la manifestazione di un deficit generico, ma una costruzione singolare, una soluzione che quel soggetto ha trovato per fare i conti con qualcosa della propria esistenza.
La psicoanalisi, da questo punto di vista, ha introdotto una frattura difficilmente conciliabile con il linguaggio dell’autostima.
Innanzitutto, l’autostima, intesa come atto di valutazione verso se stessi, è l’effetto di una struttura. Non la causa. Questo perché lo stesso “io” che valuta è l’effetto di quella struttura. Di conseguenza il risultato finale (la più o meno alta valutazione di se stessi) è l’effetto di una causa che è al di là dell’atto di valutazione verso se stessi.
Per inciso, i pensieri che si hanno su di sé (con tutti i correlati emotivi), non sono la causa dell’autostima più o meno bassa. I pensieri che si hanno su di sé sono essi stessi l’autostima, coincidono con l’autostima.
Per spiegarlo meglio: non ho una bassa autostima perché penso di me che sono imbranato; pensare di me che sono imbranato è il fenomeno stesso con cui si mostra la stima che ho di me.
La causa di una cosa non può coincidere con la cosa stessa, dunque il lavoro sui pensieri non tocca la causa dell’autostima.
Come per la febbre e l’influenza: la febbre indica un’influenza, che a sua volta fa supporre che ci sia una causa che ha dato luogo all’influenza.
In questa analogia l’autostima corrisponde al numero della gradazione della febbre sul termometro. Più alta è, più sei malato.
Quindi la modifica dei pensieri su di sé, intesa come obiettivo primario, è da considerarsi alla stregua di un farmaco sintomatico (la tachipirina che affievolisce la febbre).
Che invece l’autostima più alta sia l’effetto, secondario e in sovrappiù, di un lavoro sulla causa e sulla struttura, è molto diverso.
C’è poi l’espressione che fa da corollario alla questione dell’autostima: “prima di amare gli altri devi imparare ad amare te stesso.”
O anche: “non puoi amare l’altro se prima non ami te stesso”.
È probabilmente una delle frasi più ripetute degli ultimi anni. Ed è anche una delle meno interrogate, perché presuppone qualcosa di cui nessuno sembra accorgersi: che esista un “sé” capace di diventare oggetto del proprio amore.
Ma chi sarebbe questo “sé”?
C’è un “io” che ama, poi c’è un altro “io” che è amato (oppure no) dall’io di prima.
È il fantasma melanconico insito nel concetto di autostima. Questo fantasma riguarda la particolare modalità, nella melanconia, del soggetto di orientarsi verso l’altro e verso se stesso: al posto dell’altro perduto, l’io si scinde e fa di questa parte scissa l’oggetto della pulsione.
L’ombra dell’oggetto cade sull’io, scriveva Freud: l’io si identifica con l’oggetto perduto, l’oggetto scarto, e adopera su di esso tutta una serie di mortificazioni, rimproveri, e quanto di peggio possa rivolgere ad uno che si può ben intendere come il proprio più acerrimo nemico.
Ciò che è altro, fosse anche perché morto, innanzitutto è respinto, espulso, scartato.
Nella melanconia vediamo all’opera questa scissione dell’io che fa di se stesso un oggetto. L’ideale odierno di sistemare la propria autostima e amare se stessi sarebbe il rovescio del fantasma melanconico, ovvero la sua versione maniacale. Freud intese la mania come il crollo della distanza tra l’io e l’ideale dell’io: voler coincidere con l’ideale dell’io è, per Freud, una difesa dalla depressione melanconica.
Riprende quest’idea Lacan nella sua formalizzazione dello stadio dello specchio, nella quale, in sintesi, dimostra come l’altro allo specchio, in quanto io, innanzitutto è oggetto di rigetto e di rivalità.
L’autostima consisterebbe invece nel fare, da parte dell’io, di questo stesso io un oggetto di amore. Ovvero che l’io adoperi verso di sé un giudizio di attribuzione che lo qualifichi come identico all’io ideale (quell’altro io, dello stadio dello specchio).
La psicoanalisi propone una strada diversa e più articolata rispetto all’idea del “pensare meglio di sé”, che lavorerebbe al rinforzo dell’io e al rimodulare il proprio ideale.
La ragione sta nel fatto che il lavoro sull’io è dell’ordine della suggestione. Al massimo può produrre una buona identificazione con l’analista, o con l’ideale dell’analista, che insegnerebbe attraverso quali significazioni riuscire a corrispondere all’io ideale, o come “abbassare” un po’ quest’ideale. In pratica, vi si insegnerebbe a pensare meglio di voi stessi. È semplice: al posto dell’io ideale, sovviene l’io dell’analista, che vi si sostituisce, al quale identificarsi. Il gioco è fatto.
L’analista come esempio: lui sì che è uno che sa come fare a vivere bene! È un io “risolto”, al quale converrebbe identificarsi.
Il problema è il paradosso insito nel registro dell’immaginario: se c’è da identificarsi ad un altro al quale ancora non corrispondo, proprio liddove mi ci identifico e finalmente mi ci rispecchio… allora non sono più io.
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